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18: Songs To Be Played At Funerals (FINALE DI STAGIONE)

E quindi è giunta l’ora di salutarci. L’anno scorso lo abbiamo fatto indicandovi “Songs To Be Played Under The Umbrella”, per farvi compagnia nei mesi estivi e pensando alle vostre vacanze. Quest’anno invece volevamo lasciarvi delle canzoni eterne, che possano andare bene per sempre, fino ad un ipotetico funerale. D’altronde si sa, per superare la […]

TOP 10: Album del 2013

Diciamo la verità, questo 2013 è stato un pò deludente.

C’è stata una assai diffusa moda di rifarsi agli anni ’80, quelli che come ben sa chi ci segue, vorremmo cestinare per intero ad esclusione di una manciata di artisti che hanno reso meno triste quella decade, compressa tra la mitologia degli anni ’70 e la risurrezione degli anni ’90. Per questo un album scontato ed insipido come quello dei Daft Punk non lo abbiamo nemmeno preso in considerazione, malgrado lo abbiamo dovuto ascoltare in ogni luogo per tutta l’estate. I prodottini per la grande massa non rientrano molto nel nostro catalogo, noi che siamo la nicchia delle nicchie.

D’altronde è così, chi ci ama e ci segue ci vuole proprio così, altrimenti andrebbe altrove dato che l’offerta online è davvero sterminata.

Veniamo dunque alla nostra classifica del 2013!

Enjoy!

TOP 10 ALBUM DEL 2013

10. Johnny Marr, The Messenger [Warner Bross]

Johnny-Marr-The-MessengerLa storia è piena di chitarristi che a un certo punto si rompono le scatole e decidono di fare i solisti. Tra i mille esempi mi vengono in mente Graham Coxon (Blur), John Squire (The Stone Roses), Bernard Butler (Suede), Noel Gallagher (Oasis).

Il caso di Johnny Marr fa particolarmente effetto: sempre all’ombra di uno degli ultimi poeti della musica contemporanea, l’immenso Morrissey, per lui sempre e solo briciole e quella domanda costante, anche quando era nei seppur bravi Modest Mouse: “Quando riformate gli Smiths?“.

Ma il nostro Johnny “Guitar” non è certo privo di talento e, farà incazzare, ci sorprende davvero con questo disco, fin dal primo brano. Un bel power pop che suona antico ma solido, dagli Who e Led Zep al pop rock più recente.

Che sapesse il fatto suo era chiaro anche agli stolti, ma nulla come questo disco gli fa meritare il premio dell’NME come Godlike Genius.

DIVINABILE

 

9. The History Of Apple Pie, Out Of View  [Marshall Teller]
History Of Apple Pie - Out Of View
Sembrano comparire dal 1994 questi The History Of Apple Pie, band londinese formatasi appena 18 mesi fa. L’album d’esordio testimonia questa “apparizione” fin dalla copertina, con questo Vauxall Transit, il tipico “pulmino” dei tour delle band britanniche. Non a caso ne avevano uno così anche i Lush, band al cui cantato di Miki Berenyi sembra rifarsi la nostra Stephany Minn, cantante di origini asiatiche.
Il sound quindi sa di Best Coast, di Real Estate e, appunto di Lush. Un gradevole mix shoegaze e recente, che si lascia ascoltare sans soucis,  spensieratamente. All’ascolto si genera una texture sonora che riempie gli spazi dei vostri pensieri ed alla fine, allieta.
La superhit è sicuramente “See You”, proposta anche nel podcast. Ma non sono da meno brani quali “Long Way To Go”, un titolo un pò autobiografico, e la ballata “You’re So Cool”.
ALLIETANTE

 

 

8. The Knife, Shaking The Habitual [Rabid]

The KnifeLa bizzarria sonica dei fratelli Dreijer sembra non conoscere limiti e trova nel loro quarto album in studio un eccellente risposta al bieche revivalismo degli anni ’80 che tanto fa arrabbiare chi vi scrive.

Nulla di più vicino al titolo del disco quindi, “agitare l’abituale” sembra il karma che attraversa ogni traccia e la restituzione proietta l’album tra gli ascolti personali in heavy rotation.

Specie “Raging Lung”, un brano che ha un incedere cardiaco tipo “Tearing Drop” dei Massive Attack, che si attorciglia su se stesso con un seguito di loop contorti che seguono la melodia, tagliata come un coltello (the Knife appunto) dalla voce sublime e potente di Karin Dreijer.

Difficile trovare qualcosa di migliore in questa annata, nella branca della musica elettronica.

INTAGLIABILE

 

 

7. Nick Cave & The Bad Seeds, Push The Sky Away [Bad Sees Ltd]

Nick Cave & The Bad Seeds - Push The Sky Away - 2013Dopo averci sorpreso negli anni ’80, conquistato negli anni ’90, trascurato negli anni 2000, ecco che Nick Cave e quel che resta dei suoi Bad Seeds tornano con un nuovo disco che lascia tiepida la critica ma piace a chi vi scrive.

Se lo si ascolta svincolati dall’ingombrante passato fatto di 15 dischi tutti mediamente belli si finisce per non avvertire la pesante dipartita di Mick Harvey ed apprezzare la morbida voce di Nicola Caverna, che col passare degli anni si fa incerta e somiglia sempre più all’ultimo Johnny Cash.

Nella toccante “Jubilee Street” (video capolavoro), con quell’incedere sa un pò di Cowboy Junkies, Cave sembra voler chiudere un capitolo cupo dell’esistenza umana, decadente e lasciva.

Anche se i fan sfegatati di Nick  Cave & The Bad Seeds forse saranno un pò delusi, mi chiedo quando l’artista australiano farò un disco brutto. A dire il vero spero di non scoprirlo mai.

ASCOLTABILE

 

 

 

6. Primal Scream, More Light [Ignition]

Primal ScreamProprio non riesce a Bobby Gillespie di fare un disco brutto, nemmeno dopo essersi purificato ed aver messo insieme un album superlativo composto per la prima volta senza l’influsso di alcuna sostanza stupefacente o alcoolica. Neppure la dipartita di Mani (ritornato negli Stone Roses) ha tolto qualcosa ai suoi Primal Scream.

Certo si fatica a crederlo, ascoltando alcuni spunti decisamente lisergici e psichedelici del disco, come ad esempio “River of Pain” o la bonus track “Worm Tamer”.

I testi dell’album sono molto più verso i Rage Against The Machine, arrabbiati contro il sistema delle banche che strangola i poveri del mondo cui spetta sempre il conto da pagare.

Passano le decadi, le mode, le sonorità ma loro alla fine restano. E per tutto questo c’è un’unica spiegazione: sono grandi, di primaria (primal) importanza.

PRIMARI

 

 

5. London Grammar, If You Wait [Metal And Dust]

London GrammarIn quest’anno di debuttanti arriva molto in alto questo terzetto londinese, capitanato dalla talentuosa Hannah Reid che appare fin da subito ispirarsi a Florence Welsch nel cantato, candidamente sdraiato su di una texture sonora meno ricercata e più essenziale.

“If You Wait” sembra il disco di una band di trentenni alla quarta esperienza discografica, da tanto suona adulto e  vaccinato. Eppure l’imbarazzante età media dei componenti del gruppo ci riporta ad una realtà, quella inglese, capace di imporre al grande pubblico globale anche compagini alle primissime armi.

Li abbiamo attesi alcuni anni, d quando il NME li osannava nell’apposita rubrica “radar”, alla caccia della musica di domani.

SCOPRIBILI

4. Drenge, Drenge [Infectious]

DrengeUn altro disco d’esordio che colpisce: i Drenge sono “Fratelli”, in danese e di fatto, di Sheffield che con due altri amici hanno passato l’infanzia ad ascoltare John Spencer Blues Explosion,  Alice In Chains, Nirvana e sicuramente White Stripes. Almeno questo lo abbiamo immaginato ascoltandoli, sin dal primo giro nel lettore. Il suono in realtà è molto scarno, essenziale, ma messo insieme in maniera profonda e robusta, ricordando persino alcune cose dei Queens Of The Stone Age. In totale controtendenza con il mainstream del momento che vuole una netta prevalenza degli anni ottanta, i Drenge tornano alla loro nascita, il 94 e la cosa colpisce subito al cuore chi vi scrive.

Al pari dei connazionali Savages i nostri vanno in controtendenza e rispolverano quella sana e genuina voglia di rock and roll. And I Like it!

PIACEVOLI

 

 

 

3. Atoms For Peace, Amok [XL Recordings]

Atoms For Peace - AMOKFin dalla copertina, a righe nere e bianche, appare chiaro che il disco del supergruppo di Tom YorkeAtoms For Peace, rappresenterà la naturale continuazione delle sperimentazioni intraprese nel precedente episodio da solista dal titolo “The Eraser”. Affiancato dall’inseparabile Nigel Goodrich, Yorke ha riunito niente popò di meno che Flea al basso, Joe Waronker (Beck, R.E.M.) alla batteria e Mauro Refosco, percussionista brasiliano, alla ricerca forse di una sperimentazione sonora estrema, quasi etnica che ha un sapore antico che a tratti scomoda persino il genio di Peter Gabriel.

Il disco è, non ce ne voglia Flea, un crossover contemporaneo che unisce la breakbeat alfunky, le sonorità wave ed il kraut più pacato, l‘etnico ed il soul. Il tutto tenuto insieme dal lamento vocale del ragazzo di Oxford.

La struttura ritmica impostata da Flea e Refosco richiama l’altro side project del bassista dei Chili Peppers, quello dei Rocket Juice & The Moon di Damon Albarn. Ma forse un pò più destrutturato e ricomposto in forma eterea.

Tante le assonanze che si trovano nel disco: Burial, il duo Eno/ByrneKhonnorPeter Gabriel,Apparat, Matmos, Tortoise, Massive Attack.

AMMICCABILE

2. My Bloody Valentine, MBV [Autoprodotto]

my-bloody-valentine-mbv-608x605.jpg (608×605)21 anni e non sentirli.

Questo è il gap temporale tra “Loveless” e “mbv”, anche se non c’è soluzione di continuità tra “Soon”, l’ultimo brano del disco dei My Bloody Valentine e l’incipit dell’atteso ritorno di Kevin Shields e affini, “She Found Now”.

In questo enorme arco di tempo, una vita in pratica, abbiamo fatto in tempo a digerire quei suoni così strani quattro lustri fa a tal punto da sentirne la mancanza.

Adesso ci si immerge nella texture di chitarre distorte con quella voce sussurrata di sottofondo e ci si lascia trasportare dal flusso che attraversa l’album. Non bisogna commettere l’errore di ascoltarlo in modalità shuffle, perché si perde proprio lo stream che lo attraversa. La prima parte del disco è la continuità con il passato, fino a “New You” un brano che sembra avulso dal contesto da tanto suona pop e mainstream. Ma in realtà è come il sorbetto a metà del pranzo, ci si prepara per un finale travolgente a cominciare dal capolavoro “In Another Way” che ha un ritmo conturbante e ci proietta in quello che sarà il sound dei prossimi vent’anni.

PROIETTABILE

 

 

1.    Jagwar Ma, Howlin

Jagwar Ma - Howlin2Gli australiani si sa, non sono molto in bolla.
Ultimamente sono giunti parecchi spunti interessanti dalla terra a testa in giù, su tutti i Tame Impala.

Ascoltando il duo australiano Jagwar Ma vengono in mente all’istante le sonorità dei primi anni ‘90 di Manchester, tra gli Happy Mondays e gli Stone Roses.

Ed è subito amore!

L’album si apre con “What Love” che sa di “Higher Than The Sun” dei Primal Scream e colpisce subito al cuore. Un loop con ritmiche afro il cui ritornello è ripetuto all’infinito in pieno stileBobby Gillespie. La successiva “Uncertainty”è dance con alcuni effetti trash mentre “the throw” ritorna alle sperimentazioni techno di Bobby G. Poi via, come se niente fosse si cambia genere e “That Loneliness” si presenta con delle belle chitarre cadenzate, pur con la sua base baggy-dance, cosa che fa anche “Let Her Go” nel blocco dei brani centrali all’album. Bella “Man I Need” che di nuovo trasuda di Madchester. L’album si chiude con la struggente “Backwards Berlin”, titolo che va dritto al cuore di chi vi scrive.

Poche cose in questo 2013 mi sono piaciute come questo disco dei Jagwar Ma, che per altro avevo ascoltato velocemente ed abbandonato, senza coglierne l’essenza.

ESSENZIALE

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